Ok, il prezzo è giusto. Ma sui libri decide lo stato?
Il 20 luglio il Senato ha approvato, con un voto bipartisan, una legge sul prezzo dei libri, che, a partire dal 1 settembre, mette un tetto del 15 per cento allo sconto sul prezzo di copertina e impedisce le promozioni nel mese di dicembre. Questo voto va in direzione esattamente opposta alla proposte di piena liberalizzazione dei prezzi, avanzate da più parti. Lettori del Foglio on line, cosa ne pensate della legge? E' giusto mettere un tetto agli sconti? Dite la vostra su Hyde Park Corner, Twitter o Facebook
16 AGO 20

Il 20 luglio il Senato ha approvato, con un voto bipartisan, una legge sul prezzo dei libri, che, a partire dal 1 settembre, mette un tetto del 15 per cento allo sconto sul prezzo di copertina e impedisce le promozioni nel mese di dicembre. Questo voto va in direzione esattamente opposta alla proposta di piena liberalizzazione dei prezzi, avanzata a più riprese, tra gli altri, da Benedetto Della Vedova.
La legge, di iniziativa parlamentare, ha come primo firmatario il Pd Ricky Levi, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Romano Prodi, ma ha coagulato consensi a destra e a sinistra. Essa nasce essenzialmente dalla rivendicazione di un gruppo di piccoli editori, che ritengono di essere condannati all’estinzione dalle pratiche “aggressive” delle grandi case e delle grandi catene di distribuzione. Per la stessa ragione, trova il consenso di molti librai di medie e piccole dimensioni, il cui modello di business soffre sempre più per la concorrenza da un lato delle grandi catene, dall’altro del web. L’idea di fondo è che, riducendo la variabilità dei prezzi attraverso un limite agli sconti, i consumatori eviteranno di rifornirsi presso pochi canali e torneranno al “negozio di fiducia”. Parallelamente, i piccoli editori sperano in questo modo di rendere meno esigenti i distributori, guadagnando fiato e margini. La norma, in realtà, non accoglie in pieno le richieste dei suoi promotori. La loro voce è affidata al comitato “Mulini a vento”, fondato da sette editori (Donzelli, Instar, Iperborea, La nuova frontiera, minimum fax, Nottetempo, Voland), a cui se ne sono accodati decine di altri, e che ha finito per parlare a nome anche di molti librai e diversi intellettuali (da Umberto Eco al collettivo Wu Ming, che per l’occasione sembra aver sospeso la propria tensione anarchica).
Il giorno dell’approvazione, si leggeva sul sito: “La legge tanto attesa sul prezzo del libro è passata stamattina al Senato, con le modifiche ottenute dalla strenua lotta dei Mulini a Vento e di tutti quelli, editori e librai indipendenti, che hanno sostenuto la battaglia... Questa non è la legge che volevamo, ma volevamo una legge e questa è la migliore che potevamo ottenere. Da questo momento in poi uniamoci tutti per batterci per una vera legge sul libro”. Le richieste che, al momento, non hanno trovato accoglimento sono essenzialmente due: abbassare il tetto agli sconti al 5 per cento (contro l’attuale 15) e consentire le promozioni solo per due mesi all’anno (come per i saldi, anziché gli undici della legge).
La legge, che può avere ottenuto la soddisfazione della lobby promotrice, ha sicuramente scandalizzato il web: sui blog e sui social network si sono sollevate sempre più numerose le voci di quanti trovavano priva di giustificazione una norma che, nei fatti, rende più costoso l’accesso alla cultura. L’Istituto Bruno Leoni (attivo anch’esso nel mercato editoriale attraverso la sua Ibl Libri) e la casa editrice Liberilibri hanno promosso un appello attraverso il blog Chicago-blog.it, che in una sola giornata (domenica 24 luglio) ha raccolto più di 400 firme, tra cui alcuni nomi noti quali lo scrittore cattolico Vittorio Messori, l’imprenditore Rodolfo De Benedetti e l’economista Alberto Bisin. L’appello, curato da Serena Sileoni, chiede al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di rinviare la legge alle Camere, a causa di alcuni profili di incostituzionalità: “La legge interviene in un settore commerciale che non presenta peculiarità tali da far ritenere legittimo un intervento legislativo per finalità sociali”. Inoltre, “scoraggerà chi deve fare i conti in tasca con il proprio stipendio ad acquistare libri e deprimerà un mercato già di per sé limitato”. Infine, “la legge contrasta anche col principio comunitario di libera concorrenza”.
Prescindendo dagli aspetti giuridici, il punto essenziale è comunque questo: mettere un tetto agli sconti equivale ad aumentare il prezzo dei libri, cioè a trasferire risorse dai lettori ai librai e piccoli editori. Che questo processo possa avere l’effetto di danneggiare anche i grandi editori e le grandi catene distributive è incidentale. I fautori della norma ritengono che, ciò nonostante, la maggiore tranquillità dei margini favorirà la produzione culturale, che tuttavia potrà contare su meno lettori. Sia per ragioni di principio, sia su basi empiriche, è difficile restare indifferenti a un tale intervento a gamba tesa sulla libertà economica di una molteplicità di attori, della quale faranno le spese soprattutto i consumatori.
La legge, di iniziativa parlamentare, ha come primo firmatario il Pd Ricky Levi, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Romano Prodi, ma ha coagulato consensi a destra e a sinistra. Essa nasce essenzialmente dalla rivendicazione di un gruppo di piccoli editori, che ritengono di essere condannati all’estinzione dalle pratiche “aggressive” delle grandi case e delle grandi catene di distribuzione. Per la stessa ragione, trova il consenso di molti librai di medie e piccole dimensioni, il cui modello di business soffre sempre più per la concorrenza da un lato delle grandi catene, dall’altro del web. L’idea di fondo è che, riducendo la variabilità dei prezzi attraverso un limite agli sconti, i consumatori eviteranno di rifornirsi presso pochi canali e torneranno al “negozio di fiducia”. Parallelamente, i piccoli editori sperano in questo modo di rendere meno esigenti i distributori, guadagnando fiato e margini. La norma, in realtà, non accoglie in pieno le richieste dei suoi promotori. La loro voce è affidata al comitato “Mulini a vento”, fondato da sette editori (Donzelli, Instar, Iperborea, La nuova frontiera, minimum fax, Nottetempo, Voland), a cui se ne sono accodati decine di altri, e che ha finito per parlare a nome anche di molti librai e diversi intellettuali (da Umberto Eco al collettivo Wu Ming, che per l’occasione sembra aver sospeso la propria tensione anarchica).
Il giorno dell’approvazione, si leggeva sul sito: “La legge tanto attesa sul prezzo del libro è passata stamattina al Senato, con le modifiche ottenute dalla strenua lotta dei Mulini a Vento e di tutti quelli, editori e librai indipendenti, che hanno sostenuto la battaglia... Questa non è la legge che volevamo, ma volevamo una legge e questa è la migliore che potevamo ottenere. Da questo momento in poi uniamoci tutti per batterci per una vera legge sul libro”. Le richieste che, al momento, non hanno trovato accoglimento sono essenzialmente due: abbassare il tetto agli sconti al 5 per cento (contro l’attuale 15) e consentire le promozioni solo per due mesi all’anno (come per i saldi, anziché gli undici della legge).
La legge, che può avere ottenuto la soddisfazione della lobby promotrice, ha sicuramente scandalizzato il web: sui blog e sui social network si sono sollevate sempre più numerose le voci di quanti trovavano priva di giustificazione una norma che, nei fatti, rende più costoso l’accesso alla cultura. L’Istituto Bruno Leoni (attivo anch’esso nel mercato editoriale attraverso la sua Ibl Libri) e la casa editrice Liberilibri hanno promosso un appello attraverso il blog Chicago-blog.it, che in una sola giornata (domenica 24 luglio) ha raccolto più di 400 firme, tra cui alcuni nomi noti quali lo scrittore cattolico Vittorio Messori, l’imprenditore Rodolfo De Benedetti e l’economista Alberto Bisin. L’appello, curato da Serena Sileoni, chiede al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di rinviare la legge alle Camere, a causa di alcuni profili di incostituzionalità: “La legge interviene in un settore commerciale che non presenta peculiarità tali da far ritenere legittimo un intervento legislativo per finalità sociali”. Inoltre, “scoraggerà chi deve fare i conti in tasca con il proprio stipendio ad acquistare libri e deprimerà un mercato già di per sé limitato”. Infine, “la legge contrasta anche col principio comunitario di libera concorrenza”.
Prescindendo dagli aspetti giuridici, il punto essenziale è comunque questo: mettere un tetto agli sconti equivale ad aumentare il prezzo dei libri, cioè a trasferire risorse dai lettori ai librai e piccoli editori. Che questo processo possa avere l’effetto di danneggiare anche i grandi editori e le grandi catene distributive è incidentale. I fautori della norma ritengono che, ciò nonostante, la maggiore tranquillità dei margini favorirà la produzione culturale, che tuttavia potrà contare su meno lettori. Sia per ragioni di principio, sia su basi empiriche, è difficile restare indifferenti a un tale intervento a gamba tesa sulla libertà economica di una molteplicità di attori, della quale faranno le spese soprattutto i consumatori.
Lettori del Foglio on line, cosa ne pensate della legge? E' giusto mettere un tetto agli sconti? Dite la vostra su Hyde Park Corner, Twitter o Facebook